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Documenti e testimonianze
Leggenda e realtà storica sulle origini di Roma.
Le origini di Roma sono contenute in varie leggende e indicano una data di nascita della città (21 Aprile 753 a.C.) e un fondatore (Romolo).
Gli scavi archeologici, a volte, smentiscono la leggenda, a volte la congermano: non è tutto prodotto dall'immaginazione e anche la leggenda può avere una sua giustificazione storica.
Dietro al mito di Enea, che per i Romani costituiva l'attestato, la garanzia della discendenza divina, ad es., si ha un reale culto di questo eroe, archeologicamente documentato sia tra gli Etruschi, sia nel Lazio almeno fino al VI sec. a.C. e si possono intravedere, per quanto vagamente, i rapporti commerciali intercorsi tra l'Italia e l'area egea durante l'età del bronzo.
Nella ricostruzione dei primi secoli storia e leggenda tendono a confondersi, poichè del periodo della Roma dei re manca una documentazione scritta; la storia delle origini fu composta in età repubblicana e, quindi, sottoposta ad una serie di elaborazioni dovute a motivi e influssi culturali diversi.
Un ruolo fondamentale nella formazione della storiografia romana giocò la cultura greca, tanto che in greco scrisse il primo storico di Roma, Q. Fabio Pittore, vissuto al tempo della seconda guerra punica. Sotto l'influenza greca si mirò a collegare la storia di Roma all'antica storica greca, attraverso legami leggendari; così si spiegano i richiami alla mitica guerra di Troia, o tramite l'eroe troiano Enea, che sarebbe approdato nel Lazio, o tramite l'eroe greco Ulisse, anch'egli famoso per le sue peregrinazioni in occidente.
La storia della lupa.
Da "Le storie" di Tito Livio:
“Ma era destinato dai fati, io credo, che dovesse sorgere sì grande città e che avesse così inizio l'impero più potente dopo quello degli dèi. La vestale [Rea Silvia], essendo stata violentata e avendo partorito due gemelli, sia che ne fosse realmente convinta, sia perchè meno disonorevole apparisse una colpa di cui era responsabile un dio, attribuisce a Marte la paternità della sua illeggittima prole. Ma nè gli dèi né gli uomini sottraggono lei e la sua prole alla crudeltàdel re, il quale fa imprigionare la sacerdotessa e ordina ch i bimbi siano gettati nella corrente del fiume. Per un caso provvidenziale il Tevere era straripato e, dilagando in placidi stagni, non permetteva di accostarsi al letto normale del fiume, mentre dava ai portatori la speranza che i bimbi potessero ugualmente annegare anche nell'acqua inerte. Così, convinti di aver eseguito l'ordine del re, espongono i fanciulli nello stagno più vicino, dove oggi si trova il fico Ruminale, un tempo detto Romulare. Persiste ancora la tradizione che, quando le acque poco profonde lasciarono in secco l'ondeggiante canestro in cui i bimbi erano stati esposti, una lupa assetata, scesa dai monti circostanti, fu attratta dai loro vagiti e, abbassatasi, offrì le sue mammelle ai piccini, con tanta mansuetudine che il mandriano del re (dicono si chiamasse Faustolo) la trovò che lambiva i bimbi con la lingua. Costui li portò nelle sue stalle e li diede da allevare alla moglie Larenzia. Alcuni pensano che codesta Larenzia, per aver spesso prostituito il suo corpo, tra i pastori fosse chiamata "lupa": da ciò sarebbe sorta questa straordinaria leggenda.”
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